Giovedì, 06 agosto 20

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La città proibita

La maggior parte degli edifici pubblici e delle strade è vietata ai disabili motori

No, non mi riferisco al palazzo imperiale di Pechino. La città proibita che ho modo di vedere ogni giorno è la nostra: Atripalda. Pur avendo una conformazione geografica pianeggiante essa è infatti proibita per la maggior parte dei disabili, principalmente a quelli con problemi motori. Le barriere architettoniche ancora presenti sono a volte un ostacolo insormontabile anche per chi potrebbe non avere bisogno di un accompagnatore. I più recenti ausili motori, ad esempio le motocarrozzette elettriche, permettono oggi a chi ha difficoltà a deambulare di potersi spostare, nei casi meno gravi, in modo autonomo. I riferimenti legislativi, non solo il Codice della Strada ma anche numerose leggi, considerano le motocarrozzette elettriche ausili medici che possono circolare in tutti gli spazi pedonali: marciapiedi, viali, margini di carreggiate, piazze, piste ciclabili, ecc. Ma questo semplicemente non può accadere.

Dobbiamo guardarla da vicino la nostra città, e soffermarci a riflettere su quelle che sembrano piccole cose… per chi non ha problemi. Partiamo dall’ingresso al cimitero: dalla passata amministrazione fu rifatta ex novo la scalinata, e sulla stampa leggemmo un profluvio di descrizioni che riguardavano la bontà dei materiali usati e la bellezza estetica, ma nemmeno una parola sull’assenza di una rampa d’accesso per disabili. Per le chiese, anche se non si possono ascrivere colpe ad alcuno data la loro antichità, in alcuni casi si è cercato di ovviare con soluzioni alternative, per esempio per l’ingresso a quella di S. Ippolisto si è provveduto attraverso lo Specus a livello stradale e con l’utilizzo di un montascale, ma non c’è la possibilità di un accesso diretto per chi vorrebbe sentirsi autonomo. I marciapiedi, quasi completamente rifatti, sono in molti tratti impraticabili per l’occupazione di suolo pubblico da parte di esercizi commerciali, nelle strade a senso unico la piccola corsia delimitata da paletti non consente un transito agevole nemmeno a un normale passeggino per bambini, i bagni pubblici o quelli dei supermercati e grossi negozi sono in pratica inaccessibili. L’elenco potrebbe continuare con tutte le ignorate particolareggiate disposizioni previste dalla legislazione vigente, ma forse non è di questo che vi è bisogno perché, se riflettiamo, queste barriere non dobbiamo vederle soltanto con gli occhi, ma anche col cuore. Quello che mi preme sottolineare è che nel prossimo redigendo PUC (Piano Urbanistico Comunale) vengano previsti i PEBA (Piani di eliminazione Barriere Architettoniche). È arrivato il momento di agire di fronte a queste che sono delle vere e proprie discriminazioni nei confronti di nostri concittadini.

Può sembrare inopportuno sollevare questo tipo di problema in una fase di grave crisi economica, che vede gli Enti locali arrancare affannosamente a livello finanziario per effetto dei continui tagli del Governo. Ma la crisi è solo di natura economica? Non dovremmo proprio in questo momento di difficoltà puntare sulla civiltà del nostro vivere comune? Personalmente non credo che si debba pensare soltanto in termini economici o di guadagno, ma al contrario permettere anche a chi vive una vita ad ostacoli di poter usufruire della città. E per fare questo dobbiamo discutere anche di problematiche legate alla coscienza di una collettività. Ogni giorno possiamo vedere, e a volte toccare con mano, che accanto alle barriere architettoniche convivono le barriere mentali di chi il problema, per sua fortuna, non se lo pone nemmeno lontanamente. Vi è in sostanza un fattore culturale di fronte alla disabilità che è espresso da una società che non è matura per accettare la diversità. Paradossalmente a volte è la stessa famiglia che, per un innato senso di protezione o per evitare le umiliazioni dovute a una possibile esclusione, finisce inconsciamente per ostacolare l’integrazione del disabile e per chiudersi in un isolamento che non può che essere doloroso. Basterebbe interrogarci su quante volte siamo stati avvicinati da qualche persona in difficoltà e abbiamo avvertito un senso di fastidio liquidandola con l’elargizione di qualche moneta senza pensare che forse in quel momento aveva il bisogno di sentirsi come gli altri, ovvero “normale”.

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