Mercoledì, 21 agosto 19

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Il silenzio di chi sapeva

Quale impatto ha avuto l’amianto dell’Isochimica sul nostro territorio?

L'Isochimica è stata ribattezzata «La fabbrica della morte»

Negli ultimi tempi sia la stampa nazionale che la RAI si stanno interessando dell’ex Isochimica di Pianodardine, stabilimento in cui venivano scoinbentate le carrozze ferroviarie che nel passato avevano usato amianto, materiale che, per il suo alto potere isolante sia a livello termico che sonoro, è stato molto utilizzato almeno fino agli anni Ottanta pur se altamente nocivo. Rincorrendo il titolo a effetto tuttavia si perde di vista l’interesse che hanno i lettori e i cittadini a sapere cosa è stata l’Isochimica e quali sono state le ragioni che hanno portato l’amianto ad Avellino. Ho scelto di scrivere su quest’argomento non solo per la sua importanza, ma anche perché involontariamente ne sono stato testimone diretto dall’esterno e dall’interno. Lo sono stato dall’esterno in qualità di responsabile sindacale dei ferrovieri per la CGIL, dall’interno avendo lavorato in ferrovia e abitato per alcuni anni nei pressi dei binari di ricovero dove avveniva nel primo periodo la scoinbentazione.

Tutto ciò che è stato scritto sinora dalla stampa nazionale e locale esula da una visione puntuale anche da un punto di vista cronologico, con il rischio che le notizie nella loro gravità, seppur corrette, finiscano per non essere assimilate dalla collettività generando di fatto un senso di ineluttabilità che conduce potenzialmente a una rimozione del problema. Pur essendoci già dagli anni venti del 1900 una conoscenza nel mondo scientifico della pericolosità determinata dall’inalazione di fibre d’amianto, solo nel 1979, di fronte all’enorme aumento dei casi di asbestosi - malattia polmonare che può degenerare in mesotelioma, grave forma tumorale che colpisce i polmoni o la pleura e il peritoneo -, i sindacati di categoria delle FS presero coscienza della pericolosità dell’amianto che in ferrovia interessava gli addetti alla scoinbentazione delle carrozze. I sindacati, e pertanto i lavoratori, non erano stati mai informati dei rischi che tale operazione comportava. Si cominciò a porre nelle vertenze il tema della sicurezza degli addetti; non ottenendo alcun risultato si arrivò a uno sciopero generale e dal 1980 fu rivista la normativa sulla sicurezza e introdotto il procedimento penale a carico dei datori di lavoro che ignoravano tale problema. Questo portò le FS, che fino ad allora avevano scoinbentato per i compartimenti del sud nell’O.G.R. (Officine Grandi Riparazioni ) di S. Maria La Bruna (frazione di Torre del Greco) a esternalizzare tale lavorazione.

Nei primissimi anni ’80 sorse l’Isochimica di Avellino che cominciò le lavorazioni a cielo aperto sui binari della stazione di Avellino all’altezza del Rione Appia in una zona adiacente al torrente Fenestrelle-Rigatore. La lavorazione, che consisteva nell’asportazione dell’amianto con dei raschietti, avveniva senza nessuna precauzione se non quella di un po’ di ovatta nel naso o di qualche mascherina di carta, e inoltre residui di materiale venivano sversati nel torrente. Tale situazione fu denunciata attraverso pubblici comunicati e la lavorazione venne spostata sui binari all’altezza di S. Lorenzo, in una scarpata proprio a ridosso dei prefabbricati e del dormitorio per i ferrovieri, dove proseguì fino alla realizzazione dello stabilimento situato all’inizio della zona industriale. Per gli operai che vi lavoravano in termini di sicurezza non cambiò una virgola, considerato che le condizioni rimasero quelle precedenti. Intanto andavano avanti i lavori per la realizzazione dell’impianto che nel 1983 cominciò, seppure incompleto, la lavorazione. In cinque anni vennero scoinbentate dalle 2.500 alle 3.000 carrozze e elettromotrici; dell’amianto asportato si conosce solo in parte la destinazione finale: secondo le denunce degli operai oltre 2.000 tonnellate sono state sotterrate all’interno della stessa area dello stabilimento, mentre nel cortile sono presenti in condizioni degradate 500 cubi di cemento pieni di polveri volatili. Dei 330 operai che nel corso degli anni hanno lavorato all’Isochimica 10 sono morti per mesotelioma e per cancro polmonare riconducibile all’inalazione di amianto, uno si è suicidato, 140 sono ammalati a diversi stadi. Non si conosce, e forse non la conosceremo mai, l’incidenza che la lavorazione dell’amianto ha avuto sul popoloso quartiere della Ferrovia, sui ferrovieri e sulle zone circostanti, anche a causa dei lunghi tempi d’incubazione della malattia che vanno da 25 a oltre 30 anni.

La domanda che si pone è: quale impatto ha avuto tale situazione sulle aree del comune di Atripalda più prossime allo stabilimento? Di seguito elencherò in sintesi alcune proposte che rivolgo all’Amministrazione comunale, sperando che possano essere messe al più presto all’ordine del giorno. Nell’impossibilità di poter attuare uno screening su tutta la popolazione, sarebbe utile conoscere attraverso l’Ufficio Sanitario dell’ASL e dai medici di famiglia se hanno riscontrato un aumento della morbilità e della mortalità per le patologie sopracitate nel periodo tra il 1981 e oggi; sarebbe inoltre utile che:

1) il Comune di Atripalda per il procedimento avviato dalla Procura della Repubblica - disastro ambientale e altro - si costituisca parte civile in un eventuale giudizio penale;

2) quando inizierà la bonifica dell’area interessata sia presente con propri esperti per il rispetto dei protocolli;

3) l’Assessorato all’Ambiente disponga misure idonee a contrastare l’eventuale presenza di polveri nelle scuole, in special modo per la materna di via De Curtis (ex contrada Spagnola) e la media di via Pianodardine;

4) coinvolga l’on. Valentina Paris, nostra concittadina, membro della Commissione Lavoro della Camera, per interrogare sull’argomento il Ministro della Salute in relazione all’estensione dell’area di bonifica.

Ho valutato il rischio di essere accusato di catastrofismo, credo invece di aver sviluppato a seguito di una patologia, probabilmente correlata, una maggiore sensibilità di fronte ad un argomento che presenta una sua drammaticità e nel contempo di aver capito, nonostante le intimidazioni a suo tempo subite, che non vi può essere maggiore responsabilità del SILENZIO DI CHI SAPEVA.

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