Sabato, 25 Mag 19

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I fuochi perduti

L’arrivo del nuovo anno viene celebrato in tutto il mondo allo stesso modo

Fino a pochi anni fa ad Atripalda tutti sparavano

Durante le scorse feste natalizie gli atripaldesi hanno notato la drastica diminuzione dei fuochi di artificio, dovuta di certo alla crisi generalizzata dei consumi, che ha toccato non solo coloro che erano soliti produrre dei veri e propri show visivi, ma anche le singole famiglie abituate a sparare piccoli botti. Eppure quella dei fuochi è un’attività che non può essere definita soltanto ludica o artistica, ma è senz’altro anche una forma di espressione culturale. Non vi è occasione laica o religiosa che non venga sottolineata dal fragore dei botti: la nascita di un membro di una casa reale, la visita di personaggi illustri, le feste dei santi, le processioni, nonché l’arrivo del Natale e quello del Nuovo Anno sono momenti clou per il loro utilizzo. La nascita e il passaggio dal vecchio al nuovo vengono celebrati in tutto il mondo allo stesso modo: con l’esplosione delle luci e del rumore dei fuochi.

Anche la vita sociale di Atripalda è stata caratterizzata da questa usanza, e vorrei ripercorrere un breve viaggio della memoria, relativo soprattutto agli anni ’50 fino agli anni ’80, che ci riporti antiche suggestioni. Una premessa doverosa oltre che opportuna: fuochi e botti, anche quelli compresi nella categoria di vendita legale, sono sempre pericolosi se non usati con estrema cautela ed attenzione, le descrizioni che farò di quelli rudimentali del passato poi non devono essere in alcun caso messe in pratica.

Durante le feste di fine anno ad Atripalda erano soliti sparare un po’ tutti, vecchi e giovani, poveri e ricchi, in un contesto sociale molto modesto che obbligava a fare ricorso all’autoproduzione dei manufatti esplodenti. Ho un ricordo vivissimo del nonno materno, contadino, che realizzava da sé vere e proprie bombe da tiro, che sparava con cadenza programmata nelle notti di vigilia accendendole nell’apposito mortaio. Era un uso abbastanza diffuso tra i contadini, specialmente quelli che abitavano nelle contrade collinari di San Gregorio, Cerzete e Castello, pratici della polvere da sparo sia per la caccia che per la realizzazione di cariche che servivano a frantumare i grossi massi presenti nei fondi che coltivavano. Si sparava con il cosiddetto “Maschio”, che era composto da una grossa chiave femmina nel cui foro si introduceva una piccola quantità di potassa trattenuta in sede con l’inserimento di uno spinotto: le due parti erano tenute insieme da una corda o da un pezzo di grosso ferro filato che servivano per poterle sbattere contro una delle tante pietre d’angolo dei caseggiati producendo un notevole botto. Per quanto riguarda la polvere di potassio, essa veniva liberamente comprata in farmacia. Si sparava inoltre con le “Botte a muro”, che venivano realizzate con polvere pirica collocata in mezzo a due o più sassolini avvolti nella spessa carta dei sacchi del cemento e strettamente legate; le dimensioni erano mediamente quelle di una grossa noce e di conseguenza, una volta che venivano lanciate contro il muro o sulla sede stradale, divenivano assordanti. Un altro modo di sparare, anche se meno praticato, era quello della “Bùatta a carburo”. Procurarsi il carburo di calcio non era difficile, esso era reperibile presso diversi negozi perché utilizzato per alimentare i lumi in assenza di energia elettrica. Una scaglia di carburo con l’aggiunta di un po’ d’acqua produce un gas molto infiammabile (acetilene) che a sua volta può produrre una luce bianca; oltre che come oggetto di modernariato gli ultimi che si sono visti in giro venivano usati dai venditori di “Père ’e ’o musso” per illuminare il proprio banchetto di vendita. Per sparare in questo modo si praticava nel terreno un piccolo incavo contenente un po’ d’acqua e si aggiungevano alcuni pezzetti di carburo che venivano coperti dal tipico contenitore metallico di pomodori pelati sulla cui parte superiore veniva praticato un piccolo foro; questo foro veniva tenuto chiuso da un dito della mano mentre con una fiammella si dava fuoco all’acqua in cui si era sciolto il carburo, si toglieva il dito e il barattolo veniva sparato in aria con un considerevole botto (lascio immaginare la pericolosità di tale operazione). Per chi poteva permetterselo venivano venduti, prevalentemente lungo via Rapolla, tric-trac e cipolle artigianali: i primi – il cui scoppiettio si sente ancora qualche volta – erano di varie dimensioni, le più grandi duravano quanto una piccola batteria di oggi con uno scoppio finale (tuono) notevole; le seconde a scoppio singolo sono quelle che si vedono, ma principalmente si sentono, ancora. Erano molti i ragazzi tra i dieci e dodici anni che sparavano in questo modo e il fatto strano era che i genitori sapevano e nonostante l’enorme pericolo non contrastavano in maniera incisiva tale uso. Forse perché parliamo di una generazione non facilmente impressionabile, perché indurita dalla guerra e dalle difficoltà nel portare avanti una famiglia.

Sono tanti, dunque, i ricordi legati anche alla pratica dei fuochi e dei botti, una pratica che se realizzata in tutta sicurezza può davvero rappresentare un momento di socialità importante. È per questo che vorrei concludere con una proposta: il Comune potrebbe pensare di gestire i fuochi di fine anno, eseguiti da professionisti, in modo che si possa godere con tutte le tutele necessarie di uno spettacolo che non solo piace a tutti, e per ritrovare qualcosa che appartiene alla cultura e alle antiche tradizioni, anche, della nostra città.

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