Sabato, 18 Mag 24

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Non dobbiamo dimenticare

L’anniversario del terremoto dell’80 offre l’occasione per ricordare Immacolata Fiore

Si è sempre sostenuto che ad Atripalda il terremoto del 1980 non abbia fatto vittime dirette. Le cose non stanno così. Immacolata Fiore, abitante in via Pianodardine, nel fuggire dall’abitazione venne investita dai resti del cornicione della propria casa riportando gravissime ferite. Soccorsa dai familiari e da un dipendente comunale, fu portata presso l’Ospedale Civile di Avellino ove, constatate le gravi lesioni e l’impossibilità di fornire le opportune terapie intensive, data la situazione emergenziale, venne rispedita a casa e dopo cinque giorni decedette. Essa va annoverata tra le vittime dirette del terremoto, cosa peraltro riconosciuta ufficialmente dal Commissariato Straordinario.

Altre vittime, non riconducibili ai crolli, ma causate dallo stress dell’evento, vi sono state nei giorni e nei mesi successivi. Altre, forse tante, si sono avute alla metà degli anni ’80 soprattutto nella fase di passaggio dalle aree dei prefabbricati al nuovo insediamento di Alvanite. È risaputo che ogni evento distruttivo comporta per i superstiti, se sradicati dalla loro realtà, la scomparsa del proprio ‘micromondo’, perché ogni trasformazione drammatica porta con sé un orientamento culturale e percettivo diverso e un cambiamento radicale del modo di vivere che innesca una progressiva perdita identitaria. Questo è avvenuto ad Atripalda e in misura maggiore o minore in tutti i centri colpiti. Viene spontaneo chiedersi per quale motivo abbiamo rimosso il ricordo di quella vittima. Credo che una spiegazione potrebbe essere quella che nell’immaginario collettivo atripaldese è radicata la convinzione che il nostro santo Patrono e Protettore ci abbia sempre salvaguardato dalle sciagure come terremoti, bombardamenti e alluvioni. Il rapporto con il nostro santo è sempre stato così intenso che nel momento di grave pericolo si soleva prenderne la statua e portarla all’esterno nel cuore dell’antica Atripalda in piazza Garibaldi già Dogana Vecchia. Sia nel terremoto del 1930 che in quello del 1962 attorno a quella statua si vegliava e si pregava. Fino agli anni ’60 attraverso la tradizione orale veniva tramandata una leggenda che riguardava il più devastante terremoto di Casamicciola nell’isola d’Ischia, che nel luglio del 1883 fece 2313 morti. Tra le vittime illustri i genitori e la sorella del filosofo Benedetto Croce, che venne a sua volta estratto vivo dalle macerie. La leggenda narra che un gruppo di atripaldesi presenti sull’isola per cure termali, mentre era intento dopo aver cenato a giocare a carte, venne avvicinato da un vecchio con una gran barba bianca, che invitò tutti a uscire dall’osteria salvandoli dal crollo. In realtà anche a Casamicciola ci fu un nostro concittadino tra le vittime, ovvero Vincenzo Salvi (così come mi è stato riferito dalla prof. Lina Napoletano, sua discendente). In ogni caso il fatto, vero o immaginario che sia, ha alimentato il convincimento di un evento miracoloso. Convincimento che di per sé non può che essere qualcosa di positivo se vissuto come un senso di coesione comunitario dei cittadini atripaldesi che, nei momenti di crisi e di lutto, possono trovare anche nel sentimento religioso un motivo di solidarietà e di partecipazione. Ma un tale convincimento non può che diventare negativo se esso viene vissuto come una forma di deresponsabilizzazione, che in qualche modo legittimi la mancanza di vigilanza e di controllo. Sicuramente la sera del 23 novembre 1980 possiamo affermare che un ‘miracolo’ avvenne: la mancata interruzione dell’energia elettrica - circostanza per niente usuale durante un terremoto - salvò diverse vite, considerato anche il fatto che in alcuni fabbricati caddero le rampe delle scale. In questo 32° anniversario non possiamo e non dobbiamo dimenticare, perché il ricordo deve spronarci a essere più attivi nelle opere di prevenzione, di verifica e di monitoraggio.

Perché anche i miracoli vanno in qualche modo guadagnati…

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